Roma caput mundi regit orbis frena rotundi

Questo è il motto del Sacro Romano Impero. Roma è un museo a cielo aperto, questa è la sua fortuna.


Dovrebbero dare una sistemata ai cartelli per i turisti affissi nelle varie parti della città: per quello alla fontana delle tartarughe, ad esempio, occorre saper leggere tra le righe di un italiano improbabile per capire quello che c’è scritto; non parliamo di Castel Sant’Angelo, tra quello scritto sul sito e le opere esposte con i cartellini sotto c’è un po’ di confusione; non voglio parlare della sporcizia, perché si sa nelle grandi città italiane è così o della mancanza di una app per cellulare dei mezzi pubblici, ma questo forse è perché siamo ben abituati a Milano (anche Londra latitava in tal senso, mentre Edimburgo no).

Era dal 2002 che non facevo un salto nella mia città natale, ne abbiamo approfittato a metà marzo perché:
1) Mauri aveva festa il venerdì e il lunedì;
2) volevamo rivedere la mostra dei Pink Floyd già vista a Londra che da gennaio hanno spostato a Roma (ancora per poco);
3) Alberto Angela con le sue puntate di Ulisse ci aveva proprio fatto venire la voglia.
Certo in due giorni non si può vedere tutto ma a noi premeva visitare tre cose: il museo stadio di Domiziano, i Mercati di Traiano e Castel Sant’Angelo. Tutti musei che in un fine settimana lungo sono fattibili. Abbiamo scarpinato molto nonostante la pioggia, il poco sole e il caldo; siamo persino riusciti a rivedere il Pantheon, il quartiere ebraico, passeggiato nella zona del Colosseo; abbiamo brindato agli scozzesi del rugby vittoriosi alla sei nazioni sull’Italia (partita giocata proprio a Roma il sabato) in un pub tipicamente britannico; girato alla sera avendo l’albergo dietro alla stazione Termini con la vicina stazione degli autobus.
Avere un marito dotato di un forte senso dell’orientamento aiuta; in alcuni casi io, da sola, mi sarei persa perché mi distraggo facilmente.
Ma cominciamo dall’inizio. Tralasciando il fatto che per essere certi di poter prendere il treno che partiva alle nove da Milano Centrale, quello da casa lo abbiamo preso alle sei e venti (qui c’è poco da scherzare, tra cancellazioni e ritardi se hai degli orari da rispettare ti devi organizzare in modo da avere delle alternative).
Viaggiare in prima classe ha un solo vantaggio, con Italo, ti offrono la colazione a bordo. Dovrò procurarmi delle mascherine, tipo quelle che usano i turisti giapponesi, perché se per tutto il viaggio di andata un gremlin ti tossisce in faccia ogni tre per due, con due genitori scrondi occupati a giocare col cellulare invece che a guardare il figlio, è solo fortuna se non ti sei beccato un raffreddore. Ricordarsi per le prossime volte, prenotare solo posti a due, mal che vada ti calciano da dietro ma almeno non rischi un malanno.
Arriviamo a Roma in orario, lasciati i bagagli in albergo, affamati e felici per i venti gradi e il sole, ci fiondiamo in un ristorante vicino all’albergo che abbiamo scoperto su internet prima della partenza. Il mio quadernetto di Totoro compilato a casa con tutti gli indirizzi necessari è stato prezioso in questo viaggio. Questa è un’abitudine che ho sempre avuto, a parte che mi piace scrivere a mano ma è anche una maniera per aveve un ricordo dei luoghi che ho visitato, e un buon punto di partenza per organizzare un viaggio. Anche se visiterò solo un terzo di quello che ho segnato, sarò felice lo stesso.

Gricia o cacio e pepe? Entrambe, ovviamente. Insomma siamo qui anche per mangiare cibi che non si trovano facilmente dalle nostre parti. E devo essere fiera di me, sarà per le scarpinate o perché doveva andare così ma in questo viaggio (come nella vacanza di quest’estate) non ho preso neanche un etto.

La mostra dei Pink Floyd è ospitata dal Macro; per arrivarci, vista la giornata gradevole, abbiamo deciso di farcela a piedi: venticinque minuti più le soste per eventuali foto; siamo in modalità Tourist On e ci soffermiamo quando incontriamo vetrine, luoghi (e a volte anche persone) interessanti, nel tragitto albergo/Macro ce ne sono a bizzeffe.
Non sto a raccontare della mostra, c’è un articolo del blog dedicato a quella di Londra, dico solo che sono contenta di averla rivista a Roma però preferisco quella di Londra (pur mancando il maiale). Le cuffie si sentivano molto meglio, soprattutto perché disposte meglio erano le varie postazioni, in alcuni punti, a Roma, gli audio si sovrapponevano e non era per nulla piacevole. L’ultima sala, poi non mi ha emozionato come a Londra. Detto questo, se potessi, ci tornerei anche domani. Un appunto vorrei farlo al Macro. I bagni. Lynch style, luci fastidiose e poco luminose; dulcis in fundo occorre una laurea solo per capire come funziona il lavandino e non c’era neanche una salvietta per asciugare le mani.

Il pomeriggio di venerdì è trascorso, non ci resta che cercarci un posto per cenare. Non vogliamo, però, un ristorante. L’alzataccia mattutina comincia a farsi sentire, vorremmo andare a dormire presto e non con del cibo sullo stomaco.
Il quadernetto di Totoro ci viene in aiuto. Se riusciamo ad arrivare in zona Monti, possiamo prenderci un panino da Zia Rosetta. Il locale è vuoto (probabilmente per l’ora inusuale per i romani) e assaporiamo le loro deliziose rosette nell’unico tavolo del posto, chiacchierando amabilmente con il tipo al banco.

zona Monti

zona Monti

Dalla zona in cui siamo, sulla via di ritorno in albergo passiamo davanti alla basilica di Santa Maria Maggiore illuminata e ci fermiamo a fotografarla.

Santa Maria Maggiore

Santa Maria Maggiore

Il sabato mattina, dopo aver litigato con il termostato dell’albergo (è impossibile scendere sotto ai 25 gradi) decidiamo di farlo presente al receptionist. “Ah, ci penso io, imposto la regolazione da qui” (il suo computer), quando gli diciamo che preferiremmo metterlo a 21 gradi massimo, ci guarda strano. A ogni modo la temperatura sarà alta per tutto il soggiorno; l’unica nota veramente negativa dell’albergo.
Il programma per oggi prevede la visita allo stadio di Domiziano, un museo che si trova dietro piazza Navona. Grazie alla wi-fi che ogni tanto in albergo funziona (ma in Italia è così, ormai ci abbiamo fatto il callo) ci avventuriamo dopo aver scoperto dal sito dell’Atac che il nostro autobus è il 64. Scendiamo alla settima fermata e camminiamo fino all’edificio. In questo museo hai diritto a uno sconto se possiedi la tessera del FAI, e son soddisfazioni.
La voce dell’audio guida non è certo interessante come quella di Alberto Angela, ma qui viene anche proiettata una parte della puntata di Ulisse nella quale si parla dello stadio e noi preferiamo riascoltare l’Alberto nazionale piuttosto che la voce noiosa dell’audio guida.
Scopriamo la storia della statua detta di Pasquino parlante. Essa fu trovata nei pressi di piazza Navona e dovrebbe provenire dallo stadio di Domiziano. Questa statua diede vita alla satira moderna fin dai primi anni del cinquecento dopo cristo. La gente esprimeva il suo malumore per la corruzione, il malcostume e l’arroganza del potere, soprattutto ecclesiastico; oppure pareri di propaganda contrapposta ad avversari scomodi, affiggendo manifesti durante la notte in modo che i passanti le potessero leggere al mattino prima che le guardie li rimuovessero. La statua è di origine greca, risale al terzo secolo dopo cristo e ad oggi è senza braccia e gambe con il volto danneggiato. Viene ancora usata dai romani come in quel secolo, ma, per fortuna, non c’è nessuna guardia a rimuovere i manifesti. L’abbiamo trovata il giorno dopo cercandola con Foursquare.

Stadio di Domiziano

Stadio di Domiziano

Quando ci avviamo verso il Pantheon comincia a piovere; nonostante la coda, riusciamo presto a entrare in uno dei miei monumenti preferiti di Roma. Delle tombe all’interno non mi frega una cippa, io quando entro qui dentro resto con il naso all’insù a fissare il buco che mi affascina sin da bambina. C’è troppa confusione, per i nostri gusti e usciamo pensando che è quasi ora di mangiare.

Pantheon

Pantheon

Abbiamo voglia di un supplì e magari di una pizza, consultiamo ancora Foursquare che ci indirizza da Emma, pizzeria con cucina. Finalmente un supplì come si deve e una pizza alla romana di quelle che piacciono a noi.
Ecco, ha smesso di piovere. Lo vogliamo fare un salto al colosseo? Ma sì, e poi la birreria Brewdog dove vogliamo andare è lì dietro. Beviamo alla salute degli scozzesi che, come già detto, hanno vinto il match di rugby Italia- Scozia. Che vuoi, a noi gli scozzesi stanno simpatici.

Con i piedi fumanti arriviamo in albergo, dopo una rinfrescata usciamo nuovamente e prendendo il solito 64 scendiamo una fermata dopo quella della mattina e ci incamminiamo verso il quartiere ebraico. La fontana delle tartarughe, già vista di sfuggita stamattina, è la nostra meta serale: illuminata è fantastica. Questa statua fu realizzata tra il 1581 e il 1588; è un progetto architettonico di Giacomo della Porta, impreziosito dalle sculture del fiorentino Taddeo Landini. Le sculture in bronzo sono quattro figure di efebi che sovrastano dei delfini e attirano più dell’architettura della fontana, caratterizzata da una lavorazione complessa. La sua storia è interssante. La Camera Capitolina, dopo il ripristino dell’antico acquedotto Vergine (quello che alimenta la fontana di Trevi) aveva deciso già nel 1570 di installare questa fontana nella vicina piazza Giudea. Le insistenze del nobile Muzio Mattei indussero l’amministrazione a spostare la fontana nella piazza attuale (piazza Mattei, appunto) su cui affacciava la residenza privata del Mattei. Lo stesso nobile si impegnava a far mattonare la piazza a sue spese e a tenere pulita la fonte. Le quattro tartarughe sul bordo della vasca superiore che danno il nome alla fontana, invece, sono un’aggiunta effettuata durante il restauro del 1658-59 avvenuto sotto il pontificato di Alessandro IV, ricordato sulle iscrizioni dei quattro cartigli marmorei del basamento e sono attribuite a Gian Lorenzo Bernini.
Ci inoltriamo dentro il quartiere e troviamo le pietre d’inciampo e il ristorante kosher nel quale vogliamo mangiare: Nonna Betta. Qui oltre ai carciofi alla giudea ho mangiato le deliziose puntarelle alla romana.
Dopo cena giriamo per il quartiere illuminato circondati da molti turisti e romani.

Fontana delle Tartarughe

Fontana delle Tartarughe

Pietre d'inciampo

Pietre d’inciampo

quartiere ebraico

quartiere ebraico

puntarelle alla romana

puntarelle alla romana

gatto di Roma

gatto di Roma

Purtroppo durante la notte non riusciremo ad addormentarci tanto presto. Parecchi gruppi di italiani ubriachi (forse festeggiano San Patrizio) hanno deciso di sostare sotto il nostro albergo a, come dicono i romani, far caciara. Credo che qualcuno a una certa ora abbia chiamato la polizia.
Domenica. Altra giornata con tempo incerto, piove poi smette poi piove ancora. Stavolta niente 64, ma è il bus numero 85 quello che dobbiamo prendere. Gli autisti dell’Atac hanno tutti fatto la scuota Amt di Genova, quella con licenza di uccidere “manco fossi su una pista di Formula Uno”. Ma noi siamo abituati. Destinazione Castel Sant’Angelo. Il Tevere è di colore giallo ma appena scesi dall’autobus smette di piovere, così possiamo fare due foto fuori dal castello. Il museo sembra molto moderno, ma non fatevi ingannare, la app collegata al wi-fi non funziona (gli stranieri erano arrabbiati, noi meno perché in Italia non abbiamo mai trovato app collegate al wi-fi funzionanti). Il percorso è obbligato, e non appena iniziamo la parte all’esterno ricomincia a piovere. Fantastico. Eppure si intravede il sole all’orizzonte, è la classica nuvola di Fantozzi sopra le nostre teste. Per fortuna ho indossato gli scarponcini da montagna, fa caldo ma almeno i piedi sono asciutti e riuscirò a superare dei punti scivolosi senza grossi problemi. Non appena passiamo alla parte interna smette di piovere e si alza anche un po’ di vento, così possiamo godere di un po’ di cielo azzurro quando arriviamo in cima. Il panorama a 360 gradi che si gode dalla cima del castello è bellissimo, nonostante la calca di turisti, ognuno può ricavarsi il suo angolino chi per fare foto, chi semplicemente per godersi la vista di Roma.

Testa colossale virile

Testa colossale virile

Castel Sant'Angelo

Castel Sant’Angelo

Vista da Castel Sant'Angelo

Vista da Castel Sant’Angelo

Usciti da Sant’Angelo abbiamo voglia di un cornetto romano come si deve, visto che a colazione ci sono molti croissant ma cornetti zero. Il cornetto si differenzia dal croissant, perché l’impasto contiene uova, burro e più zucchero. Il primo bar che ci ispira è in Corso Vittorio Emanuele II, il cornetto è ottimo e il cappuccino di soia decente.

Colazione a Roma

Colazione a Roma

Poi andiamo a cercare la statua di Pasquino e ricomincia a piovere.

Pasquino

Pasquino

Pasquino

Pasquino

Poesia di un elettore avvilito

Poesia di un elettore avvilito

Cominciamo a essere stanchi, con i piedi a pezzi. Se andassimo da zia Rosetta a farci fare due panini? Li mangiamo in albergo, così ci riposiamo un po’. La frase che segue è sottintesa: “Così apriamo la finestra in camera per far scendere un pochino la temperatura.”

Sono Pazzi Questi Romani (Obelix docet)

Sono Pazzi Questi Romani (Obelix docet)

Insegne del secolo scorso

Insegne del secolo scorso

Detto, fatto.
Rinfrescati usciamo in direzione Mercati di Traiano. Il museo ci piace molto e usciamo che è quasi buio, non riusciamo a fotografare la colonna come vorremmo ma non importa. Abbiamo le valigie da preparare, la sera si cena vicino l’albergo, nello stesso ristorante nel quale abbiamo mangiato non appena arrivati a Roma, così per chiudere in bellezza con un paio di pizze romane.

Mercati di Traiano

Mercati di Traiano

Mercati di Traiano

Mercati di Traiano

Colonna Traiana

Colonna Traiana

Si conclude così il nostro lungo fine settimana a Roma, una mini vacanza trascorsa godendoci la città eterna.

 

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