The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remanins

Non ricordo l’anno preciso, ma rammento perfettamente quando mio fratello, più grande di me di nove anni, tornò a casa una sera con la cassetta di “A Nice Pair” dei Pink Floyd; ristampa dei primi due album, “The piper at the gates of dawn” e “A saucerful of secrets”, uniti in un album doppio.
Quel primo ascolto della band fu come una sorta di “sindrome di Stendhal” di fronte a un dipinto, un mix incredibile di emozioni; anche se a volte risultava difficile, gli ascolti di quella cassetta si ripetevano praticamente ogni giorno, come una specie di terapia.
Quell’album, per me, si è rivelato un’iniziazione al “progressive”, per quanto non mi piace etichettare la musica dei Pink Floyd, ma comunque grazie a loro è cominciata la scoperta di tutti i gruppi del rock progressivo degli anni settanta (non faccio elenchi perché ci vorrebbe una giornata intera).
A maggio 2017, alla Royal Albert Hall di Londra, ha aperto i battenti la “The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains” curata tra gli altri da Aubrey “Po” Powell dello studio HipgnosiS; il leggendario studio grafico, creatore delle copertine di dischi più innovative negli anni settanta. Gli stessi membri della band, in particolare Nick Mason, si sono rivelati molto entusiasti di partecipare al progetto.
Da fan storico quale sono, non potevo pensare di lasciarmi scappare l’occasione della visita, visto che a giugno Cinzia e io saremmo stati per qualche giorno a Londra.
L’apertura della mostra è coincisa con il cinquantesimo anniversario dalla pubblicazione del primo singolo, “Arnold Layne” frutto del “crazy diamond” Syd Barrett. Syd fondò la band nel 1965 quando si unì a un gruppo musicale di studenti dell’Istituto Politecnico di Architettura della capitale britannica con il nome di Tea Set.
Quando i Tea Set scoprirono che il loro nome era già stato usato da un altro gruppo, Barrett propose “The Pink Floyd Sound”, unione dei nomi di due bluesman: Pink Anderson e Floyd “Dipper boy” Council, letti tra i crediti di un album di Piedmont blues . Il resto è storia.
La mostra è da qui che inizia, dalla riproduzione del mitico furgoncino Bedford nero e bianco usato dai Pink Floyd per le loro prime apparizioni in pubblico, nei locali underground UFO Club e Marquee club dove accompagnavano le loro esibizioni musicali con spettacoli luminosi e scenografie mai viste sino ad allora, che fortunatamente non sono andate perdute e sono visibili nelle vetrine dell’esposizione.
Grazie all’ottimo sistema multimediale fornito all’ingresso della mostra, in ogni sala siamo accompagnati dalla musica dei Pink che si interrompe solo quando ci troviamo in prossimità di uno dei tanti schermi sui quali si alternano interviste, clip musicali e immagini che spesso ci rivelano particolari poco conosciuti della loro carriera.

The Pink Floyd Exibition: Their Mortal Remains

The Pink Floyd Exibition: Their Mortal Remains

Le prime sale della mostra sono un po’ meno multimediali, vista anche la rarità di materiale audiovisivo d’epoca e quindi presentano molte più stampe; ci sono moltissimi poster di eventi e concerti ai quali i Pink Floyd presero parte, biglietti, prime immagini del gruppo. A un certo punto, spostandomi nella sala, nelle cuffie sento l’intro ossessiva di Arnold Layne e vedo su uno schermo quello che possiamo considerare il loro primo videoclip; credo che sia uno dei primi video musicali in assoluto, immagini girate in un pomeriggio e costate loro poche sterline ma assolutamente geniali. Un mix di piccole scene “non-sense” alla Monty Python e surrealismo accompagnano uno dei pezzi più famosi scritti da Syd Barrett.
Le sale si susseguono cronologicamente, raccontandoci la storia della band con innumerevoli oggetti, tra cui il famoso teacher marionetta di The Wall o le “teste” di The Division Bell, e molti strumenti come la batteria di Nick Mason decorata con le famose onde di Hokusai.
Tantissime le immagini, e tra queste spiccano quelle realizzate dallo studio HipgnosiS, che per i Pink Floyd crearono alcune delle copertine più famose come quelle di Atom Earth Mother (la mucca), The Dark Side Of The Moon o Wish You Were Here.
Altrettanto famose sono quelle del periodo di The Animal, con il famoso maiale che volteggia tra le ciminiere della Battersea Power Station e che, come ci racconta Mason in un video, sfuggì al controllo della band per dirigersi pericolosamente verso l’aeroporto di Heathrow.
Se Arnold Layne è il brano che ci introduce alla Exhibition, High Hopes è quello che idealmente la chiude nell’ultima sala dell’esposizione: un grande spazio vuoto, solo immagini proiettate sulle quattro pareti e la musica dei Pink Floyd, in un continuo loop alternato con i loro brani.
Così si conclude la mostra, musica e immagini ci avvolgono e alla fine di Confortably Numb istintivamente comincio con altri visitatori a battere le mani, come se i Pink Floyd fossero lì sul palco davanti a noi.
Per le fotografie che abbiamo scattato  vi rimando alla gallery The Pink Floyd Exhibition.

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